Ispirato all’omonima fiaba narrata in “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, lo spettacolo unisce danza e recitazione, e vuole rivolgersi a coloro che vogliono recuperare la propria pelle-anima e ritornare a casa.
La narrazione va la concezione duale vittima/carnefice per riporre il potere della scelta e della costruzione della propria vita che è in mano a ciascuno di noi. E non importa se noi lo definiamo positivo o negativo, perché tutto ciò che accade è a servizio del nostro viaggio, tutto ciò che attraiamo non ci capita per caso. Il messaggio di questa rappresentazione teatrale non vuole contrapporre buono contro cattivo, maschile contro femminile e viceversa, ma contribuire ad alzare il livello di coscienza: non c’è separazione, ma tutti siamo parte del progetto divino in noi, tutto è Uno.
I personaggi e gli archetipi di riferimento, le situazioni, le reazioni, gli schemi comportamentali che questa bellissima fiaba narra sono già dentro ognuno di noi: la donna, l’uomo, il figlio, la nonna, gli antenati.
La voce di Oruk, il figlio della donna, che salverà la propria madre liberandola dalle catene, è la voce dell’Anima che, dopo questa dolorosissima, ma importantissima lezione, sta chiamando per ritornare a Casa. Il ritorno è il viaggio di espansione, dopo aver sperimentato il “luogo dell’assenza”, alla ricerca del proprio vero Sé.
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