Un’esplorazione della rabbia.
La rabbia come condizione e come necessità, come cappio e come coltello.
Nasce per guardare all’occupazione coloniale senza il filtro morale e moralista del ‘buon
oppresso’, entrando nella frustrazione, nella ferocia e nel risentimento.
È facile empatizzare con la resistenza non violenta, e per estensione con la causa, è facile
applaudire il buon oppresso che non ricorre alla violenza, facilissimo piangere la condizione
di chi subisce senza reagire.
Moralmente complesso è, invece, guardare ad una resistenza violenta come qualcosa di
legittimo, ancor più difficile come a qualcosa di giusto, e guardare alla rabbia come una
conseguenza inevitabile, organica e probabilmente sana.
È controverso empatizzare con chi la rabbia la prova, spaventoso farlo con chi la rabbia la
esercita.
Tuttavia, Vangelo di terra nera non è una storia di resistenza.
È una storia d’amore.
Lo spettacolo fa parte del circuito Spirali